La forza nella vulnerabilità
ODE ALLA CARPA KOI
Ci vuole coraggio
per scendere nella profondità dello stagno.
Ci vuole coraggio
per risalire e brillare nella luce del sole.
Mai sottovalutare un simbolo. Avrebbe detto un vecchio saggio. Ma l’ignoranza di questi tempi contemporanei, educati nel solco delle scienze, ci ha insegnato a farlo. A non vedere, a non sentire, a non scendere in profondità. A non riconoscere ciò che è significativo. Perché ciò che è significativo ha sempre un potere numinoso. Quello di riconnetterci con il Sacro.
Sempre più numerose, è frequente trovarle nei laghetti di giardini e parchi, le carpe “Koi” colpiscono per i loro colori vivaci e sembrano destinate ad assumere una funzione puramente decorativa.
In realtà si tratta di un animale altamente simbolico e di ispirazione per l’uomo.
Che si svela semplicemente osservandolo.
Ed difatti nella cultura orientale e in particolare in quella giapponese è un animale molte apprezzato e non solo per la sua bellezza.
Koi 锦鲤, in giapponese significa appunto carpa e fu importata dalla vicina Cina nel XIX secolo. Inizialmente il suo scopo era puramente utilitario: pulire il fondale delle risaie eliminando larve e parassiti nocivi alle coltivazioni. Ma il valore a loro attribuito non si è fermato qui. E la loro osservazione le ha rese simbolo della Terra del Sol Levante.
La carpa “Koi” è un pesce dai forti contrasti. E non mi riferisco alla resa cromatica, talvolta così vivace da ricordare un quadro di Miro’.
No, mi riferisco alla sua qualità intrinseca di unire i due poli opposti dell’esperienza. La luce e … il buio.
Scende in profondità la carpa “Koi“. E’ una sua qualità intrinseca. Non ha paura del buio. Li trova il nutrimento. Sul fondale. Nel fango. Dove l’acqua incontra la terra.
Il fango: “una perfetta sintesi di resistenza e flessibilità, un meraviglioso equilibrio delle forze che accettano e delle forze che rifiutano” (Bachelard).
Pensa al fango. All’idea di immergerti in esso. Che sensazione di evoca? In che polo sei ? Nell’accettazione o nel rifiuto?
E’ estremamente illuminante l’esperienza del fango. Apre squarci di consapevolezza. Non sempre facilmente gestibili. E’ la casa dell’ombra, è la casa di tutto ciò che teniamo ben chiuso nel cassetto. E’ la casa di ciò che è melmoso, di ciò di cui abbiamo timore perché sporca. Di ciò di cui abbiamo paura perché intrappola.
Ma è anche la casa dell’humus con il suo potere rigenerante, la culla da cui rinascere. Più forti. Più autentici. Ci vuole coraggio per scendere nelle profondità dello stagno. Per starci. Per poi risalire. E allora ci vuole altro coraggio. Il coraggio di non aver paura di mostrarsi.
I tassi, le volpi, gli aironi e altri predatori, le individuano sul fondo fangoso per via dei colori brillanti. Ciò che li rende speciali e ciò che li rende anche vulnerabili. E allora inizia l’attesa. Che si avvicinano alla superficie. Per predarli. Per non permettergli di brillare nella luce al sole.
Devono essere molto forti le carpe “Koi”. Perché la loro natura non le uniforma al fondo. Non le conforma. Anzi. Il loro colore le espone.
Ma i predatori non esistono solo nel mondo animale. Se in Natura l’istinto predatorio è legato alla sopravvivenza, nell’uomo è legato alla conservazione. Di ciò che è. Così come è. Non sono gradite eccezioni.
Il bisogno di conservazione si esplicita nel conformismo. “Quella abitudinaria, acritica, piatta adesione nei confronti delle opinioni e di gusti della maggioranza o delle direttive del potere“. E allora distinguersi dal fondo indistinto ci rende vulnerabili. E non parlo solo di idee. Parlo anche di emozioni. Il lavoro dello stagno fa emergere forze sopite, quasi mai addomesticate, emozioni talvolta “sbragate“, che devono trovare il tempo e l’opportunità di essere incanalate. Ma comunque autentiche. E l’autenticità spaventa. Destabilizza la sua forza. Sovverte. Ci vuole coraggio in tutto questa a riemergere. A mostrarsi. A diventare bersagli. A seguire la propria Natura autentica e a trovarsi proprio malgrado, un po’ sopra o un po’ sotto alle righe tese dal “modo comune”. Non allineati. Il coraggio di procedere. Spesso da soli. Nonostante tutto, controcorrente. Ci vuole una grande forza. Serve resilienza. Come una carpa “koi“.
Osservala! E’ sempre in movimento ed è considerata uno dei pesci con più energia e forza. Nonostante si trovi spesso nelle acque calme, in Giappone e spesso rappresentata in movimento, circondata dal moto tumultuoso delle acque.
Ed è in grado di nuotare controcorrente. Ci vuole forza per non seguire la corrente. Ci vuole coraggio ed intraprendenza per trovare e seguire la propria via. Indipendentemente dal resto. In oriente è il simbolo per eccellenza di anticonformismo, forza e perseveranza nel superare le avversità.
Una leggenda cinese, suo territorio di origine, narra di una carpa tanto coraggiosa e perseverante da riuscire a risalire la cascata situata sulla porta del Drago, lungo il Fiume Giallo, superando ostacoli e spiriti malvagi.
Gli dei, impressionati da tanto coraggio, la trasformarono in un grande drago offrendole il dono dell’immortalità.
E di coraggio ne ha da vendere la nostra carpa: trovandosi sul tagliere in attesa di essere mutilata ed uccisa, non si muove, rimane impassibile. Fiera. Tanto da ricordare l’atteggiamento dei samurai in attesa dell’esecuzione ed arrivare a rappresentare anch’essi.
Per concludere questo viaggio nella simbologia della carpa “Koi” un’immagine mi è venuta in soccorso. La definirei conclusiva ed esaustiva al tempo stesso, come talvolta solo le immagini sanno essere. Da sola “parla” di paura e curiosità. Di certo e ignoto. Di superficie e profondità. Di conformismo e libertà. Vicina. Lì. A due passi. Osservando. Appena sotto il pelo dell’acqua.